Il dialetto fa parte del bagaglio culturale di ognuno di noi ed è l'inevitabile segno che ci fa
dire che apparteniamo ad un certo luogo, ad un certo tempo e che ci identifica e ci colloca
nel posto preciso della nostra storia.
È la nostra etichetta, le nostre radici, la nostra carta d'identità.
Il poeta Andrea Zanzotto, da poco scomparso, amava dire che il dialetto

"è qualcosa che
serve per individuare indizi di nuove realtà che premono per uscire".
"Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua verità", così scriveva
Pasolini, perché lui vedeva nel dialetto l'ultima sopravvivenza di ciò che è ancora puro e
incontaminato; e come tale doveva e deve essere protetto.
Si intuisce che la sua posizione nei confronti del dialetto ha una duplice motivazione: una
affettivo-romantica, legata al carattere contadino della sua famiglia di origine, soprattutto
quella della madre. L'altra motivazione è politica, intesa come opposizione al paradigma
che recita:
"dialetto= autonomia regionale = frammentazione nazionale".
Così nelle Lettere luterane affida a Gennariello, lettore ideale di alcuni articoli, il tentativo
di restituire la memoria della cultura a cui apparteneva.
Un altro grande rappresentante della cultura italiana, Fabrizio De André, è stato portatore
di una grande sensibilità nel raccontare una realtà locale a livello globale; Crêuza de mä è
un album interamente in dialetto genovese.
C'è un testo, probabilmente il più antico nella sua composizione dialettale, che De André
ha cantato: si tratta di Zirichiltaggia (lucertolone), del 1976, formulato in sassarese–
gallurese, la lingua della terra in cui si era trasferito.
Ma è con l'album Indiana che De André si prefigge capire veramente i sardi e li associa
agli indiani d'america, in quanto vittime di una storia scritta da potere che mira alla
eliminazione di chi non è omologabile.
L'italiano diventa l'idioma del potere, dei personaggi dannosi alla nostra vita civile, mentre
il dialetto è l'idioma del popolo, simbolo dell'autenticità e dello spirito libero, dando una
valenza ideologica marcata ed evidente.
Qualcuno sostiene che l'interesse di De André nei confronti del dialetto, della c.d. parlata
locale sia da attribuire alla sua visione del mondo: egli difende i reietti, gli umili, i ribelli e
tutto il suo percorso artistico-culturale, per quanto ricco di svolte e cambiamenti, ha
sempre mantenuto questa visione del mondo, soprattutto perché ha sempre avuto
esperienza diretta di una vita che inevitabilmente era diversa dalla sua, nella Genova dei
vicoli, a contatto con persone che “se non son gigli son pur sempre figli, vittime di questo
mondo”.
Due personaggi molto diversi l'uno dall'altro, ma entrambi accomunati dal rifiuto degli
standard di una società alla quale non appartengono, che li porterà a rivolgersi a quel
mondo dimenticato dei benpensanti.
Così, alla asfissia culturale della borghesia, Paolini contrappone la vitalità del
sottoproletariato romano.
Così all'ipocrisia morale della borghesia, De André contrappone l'essenzialità ingenua e
sincera della "Genova male".
Esiste, però, una differenza nel modo di come i due descrivono questi due mondi.
Il primo, Pasolini, politicamente impegnato, vede il popolo come soggetto agente della
storia e non come oggetto agito.
Il secondo, pur non avendo lo stesso ardore di Pasolini, si sente anarchico-libertario.

 

L'autoritarismo, lo statalismo dei comunisti non fanno per lui, come non fa per lui
l'ipocrisia borghese.
Non chiama il popolo a fare la rivoluzione, non vuole formare una coscienza di classe, ma
vuole dare voce a coloro i quali il potere la voce ha tolto.
Simili ma diversi, giocolieri di parole e incantatori di emozioni, Pasolini e De André
sono tra i volti nobili di un'Italia che in quegli anni aveva ben poco di nobile.
Salvo Ferlazzo

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